Loppiano vista nebbia

I volti di Sophia: Anan Alkass Yousif, Iraq

Scoprire i percorsi della trans-culturalità

 

Alcune domande alla giovane docente irachena, assistent professor all'Università di Baghdad, che ha discusso brillantemente la tesi di laurea magistrale.

 

Viene da Bagdad e torna a vivere a Bagdad: puo' dirci qualcosa di più della sua esperienza?


Vengo da una terra carica di dolore da tanto tempo, che ha vissuto una guerra dopo l’altra, dove abito ancora, non soltanto perché l’Iraq è il mio paese, ma perché ho scelto di appartenervi. Tanti iracheni, specialmente cristiani, lasciano il Paese o sono costretti a lasciarlo per forza. Io resto con umiltà, lavoro ancora all’Università di Baghdad dove ho cominciato ad insegnare 17 anni fa. Se c’è un luogo dove Gesù nel suo abbandono è più vicino, è il mio Paese: come posso lasciarlo? Insegnare per me è sempre stato un atto di amore; attraverso la letteratura e la poesia cerco di oltrepassare le barriere culturali, etniche e religiose che ci possono dividere, cercando di costruire e ricostruire legami perché soprattutto le nuove generazioni, che sognano di vivere in pace, possano ricevere una formazione su cui fondare il loro futuro.


Dal momento che già insegnava all'università, perchè ha voluto aggiungere due anni di studio a Sophia? 


Cercavo un percorso di studi teologici, che potesse rafforzare la mia formazione culturale e spirituale, scientifica e umana. Chi mi ha fatto scoprire Sophia è stato il nostro Nunzio apostolico e, con il sostegno della Fondazione Giovanni Paolo II, ho potuto iscrivermi. Questi due anni, ora lo posso riconoscere, mi hanno arricchito enormemente. Certo, non conoscevo Sophia, ma ho capito presto che sarebbe stato il luogo che cercavo ed ora lo vedo come un punto di svolta nella mia carriera. Lo studio e la vita comunitaria mi hanno dato risorse fondamentali per intraprendere con maggiore rigore e profondità la mia professione di docente, soprattutto per poter far emergere tutto ciò che è bello e buono nei miei studenti.


La prime impressioni al rientro a Bagdag?


Il fatto che a Sophia si metta al centro la persona, a prescindere dalle sue condizioni, dalla sua nazione di provenienza, dalla sua religione, fa sì che nella comunità accademica si sperimenti una realtà ricca di amore reciproco tra tutti. Si progredisce insieme: è una esperienza originale che si trova a fatica in altre università. Il modo in cui mi sono sentita accolta, fin dai primi giorni e lungo il percorso, è stato il terreno che mi ha sostenuto. Dopo aver consegnato la tesi, in attesa della sessione di laurea, ho già fatto rientro a Baghdad e lì ho ritrovato tutte le difficoltà che attraversano quel contesto, oltre ai problemi del mio ambiente: la sfida è riuscire a mettere in pratica ciò che ho imparato, ma devo dire che mi guida un impegno nuovo, con serietà, ma anche con entusiasmo.


La sua tesi di laurea magistrale è stata molto apprezzata...


E’ stato quanto andavo vivendo a Sophia che, ad un dato momento, mi ha portato a scegliere come tema di studio la trans-culturalità. Era come se, giorno per giorno, scoprissi i percorsi nuovi aperti da una cultura dell’incontro.
Parlare di trans-culturalità significa essenzialmente parlare di un orizzonte, suscitato dagli interrogativi del nostro tempo, che ci invita a oltrepassare i recinti culturali, ad attraversare il limite culturale, etnico e religioso, a pensare “fuori della scatola”, mettendoci nelle scarpe dell’altro, come si dice, per costituire radicalmente i presupposti della cultura del ‘Noi’. Riconoscere una dimensione trans-culturale non vuol dire soltanto affermare il diritto di essere ‘diversi’, di rispettare la diversità, ma promuovere l’interazione in una condizione di assoluta reciprocità. Da questa reciprocità, emerge che l’alterità è parte essenziale dell’ ‘Io’ e che l’identità è una realtà plurale. Allora le stesse categorie di appartenenza che oggi ci appaiono così rigide diventano condizioni essenzialmente dialogiche, perché ciò che costituisce la nostra identità non è un radicamento astratto, ma è nutrito dall’incontro con l'altro. Fino a poter dire che il senso di appartenenza si trova altrove e che il senso dell’unità si trova nella diversità.

Autore: Redazione Web
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